Io penso così: che con la Provida Mater Ecclesia la Chiesa ha fatto un gesto davvero rivoluzionario Papa Francesco (28 0ttobre 2018)

Ma quale è questo gesto così rivoluzionario compiuto dalla Chiesa?

Il “gesto rivoluzionario “ è stato quello di riconoscere che si può essere totalmente laici e totalmente consacrati, di riconoscere che il dono della vita a Dio non richiede necessariamente il distacco dal mondo ma anzi, per alcuni il mondo rappresenta il “luogo teologico” della santificazione personale e del servizio ai fratelli.

E’ questa la sfida che “i membri degli istituti secolari stanno vivendo da oltre 70 anni, da quando Pio XII con la Costituzione “Provida Mater Ecclesia “ (2 febbraio 1947) e il Motu proprio “Primo Feliciter” (12 marzo 1948) ha riconosciuto questa forma di vita” (Mons. Martinelli).

Così sono nati nel 1947 gli Istituti secolari: la Chiesa, preso atto dell’esperienza di alcuni laici , uomini e donne, che già vivevano l’impegno per il Regno nella sequela di Cristo con i consigli evangelici di obbedienza, castità e povertà, restando e vivendo nelle realtà del mondo, riconosceva la secolarità consacrata dei membri degli gli Istituti Secolari come un dono dello Spirito alla Chiesa stessa e dava loro il pieno riconoscimento giuridico.

Di fatto gli I.S. hanno anticipato uno dei temi fondamentali del Vaticano II; in effetti la storia della modernità è stata segnata da un contrasto crescente tra la Chiesa e il “mondo”, che in forza del processo di secolarizzazione diventava sempre più “mondano”. Così ricordava Papa Montini il 20.9.1972 ai membri degli I.S. : “Essere nel mondo è il vostro modo di essere Chiesa e di renderla presente”. Proprio perché oggi ci troviamo in un profondo cambiamento d’epoca, in cui anche le esigenze più elementari sembrano venire meno, questa testimonianza è ancora più urgente”. (Mons. Martinelli).

Lungo gli anni, in Italia e in moltissime parti del mondo sono sorti Istituti che, proprio nella diversità delle culture e delle realtà storiche e sociali, cercano di trovare e vivere questa sintesi.

Gli Istituti Secolari in Diocesi

Nell’ambito della Diocesi di Milano e delle Diocesi lombarde, sono radicati circa 30 Istituti secolari. Molti fondatori sono state presenze significative nelle nostre Diocesi: ricordiamo Giuseppe Lazzati, Armida Barelli, Germana Sommaruga, Elena da Persico, Ezia Fiorentino, Angela Milani… e molti altri membri che in modo silenzioso e fecondo hanno vissuto e operato nel loro ambiente, nelle più diverse attività lavorative, sociali, politiche, di volontariato nei più diversi ambiti, privilegiando la presenza nelle realtà del mondo, ma anche collaborando all’interno delle strutture ecclesiali.

In tutte queste realtà ancora oggi i membri degli I.S. vivono da laici la loro missione ecclesiale, per essere Chiesa accanto a ognuno, credente o non credente, collaborando con ognuno che cerchi il bene, impegnandosi perché ogni aspetto della realtà venga orientato ai valori evangelici per la costruzione di una società più giusta, almeno un pochino più simile al Regno di Dio.

I Consigli evangelici a cui si impegnano in forza di una consacrazione riconosciuta dalla Chiesa, sono vissuti senza forme particolari che li distinguano da ogni altro laico, ma anzi tendono a realizzare una pienezza umana, alla luce del Vangelo, possibile ad ogni cristiano.

Riconoscendo il valore profondo e “l’attualità di questa forma di consacrazione che porta la cuore della società la testimonianza della radicalità evangelica l’Arcidiocesi di Milano, in collaborazione con la Conferenza Italiana Istituti Secolari (CIIS) della Lombardia, ha organizzato Sabato 14 aprile un Convegno dal titolo “Fedeli e creativi”, per offrire un contributo originale alla riflessione anche al prossimo Sinodo dei Vescovi “Giovani, fede e discernimento vocazionale” (Mons. Martinelli).

IL CONVEGNO “FEDELI E CREATIVI” del 14 aprile

Circa 250 membri di Istituti secolari della Diocesi di Milano e lombarde si sono incontrati per riflettere sulla vocazione degli Istituti secolari, nel desiderio di essere fedeli alle loro radici e capaci di rinnovarsi; impegnati a leggere i cambiamenti accogliendo le sfide, guardando in avanti senza paura e con fiducia, prendendo sempre più coscienza della missione affidata loro dalla Chiesa.

Erano presenti anche alcuni giovani e numerose religiose e alcuni religiosi che hanno voluto condividere questa giornata, in spirito di comunione e di incoraggiamento.

Siamo grati all’Arcivescovo che attraverso il convegno del 14 aprile ha accettato di “presentare” gli Istituti secolari alla Chiesa di Milano.

Gli siamo grati per gli spunti di riflessione che ci ha offerto a partire dalla Scrittura.

Ci ha ricordato che come Zaccheo dobbiamo mostrare che ciò che conta non è cambiare la vita, ma cambiare il cuore che genera un cambiamento nel modo di vivere la vita.

Ci ha incoraggiato a vivere la sintesi tra gli atteggiamenti di Marta e Maria, cioè tra contemplazione e lavoro quotidiano, spesso visti in contrapposizione, per vivere l’unificazione del cuore e della vita.

Ci ha indicato la “modestia”, cioè un atteggiamento di vivere la scelta di aderire a Gesù Cristo con cuore indiviso non come privilegio o “diversità”, ma come riconoscimento della presenza e dell’azione di Dio.

Ci ha invitato a vivere la profezia con un atteggiamento che non mette in discussione il mondo, ma la logica “mondana” che rifiuta i valori del Regno; questa profezia ci deve condurre ad essere segno del Regno con scelte e stile di vita evangelici nelle situazioni normali e nella professione, nella gioventù e nella malattia, nell’uso del denaro e del tempo…..

Ci ha sollecitato a sentire sempre più intensamente la responsabilità di una presenza nel mondo con azioni e iniziative che facciano intravedere possibili strade e soluzioni alternative ai problemi del mondo, ricordandoci che la nostra vocazione deve trasmettersi per contagio, per irradiazione.

La relazione centrale “ Dentro il dinamismo della vita e della storia” è stata condivisa dalla Dottoressa Barbara Pandolfi che ha posto alcune domande: “Quale esperienza, quale volto di Chiesa gli Istituti secolari cercano di far emergere? Quale “novum” esprimiamo o potremmo esprimere oggi nella Chiesa? Come ci lasciamo interpellare dalla vita e dalla storia?”

A partire dalla sua relazione gli Istituti secolari continueranno una ricerca per saper riscoprire e mettere in risalto la profezia di questo carisma, nella fedeltà.

La conclusione nel pomeriggio è stata affidata alla Dottoressa Claudia Ciotti, responsabile del Centro Diocesano Vocazioni che ha presentato le risposte che alcuni gruppi di giovani hanno dato circa la conoscenza e la stima della vocazione alla secolarità consacrata.

Sono stati interpellati dal comitato di preparazione su quattro temi essenziali :

– come lievito nelle condizioni normali di vita

– la contemplazione nell’azione

– i consigli evangelici come forma di umanizzazione

– in comunione fraterna, secondo un carisma di appartenenza

I giovani hanno fatto avere le loro osservazioni e posto domande che sono state poi riprese come provocazioni per noi a ripensare la vocazione in dialogo con le nuove generazioni.

Il tema della solitudine, quello della sostenibilità di una vita di preghiera nella complessità del quotidiano, l’essere testimoni nella condizione di secolarità, la vita comunitaria… sono gli aspetti che hanno stimolato le riflessioni, facendoci capire come le questioni di sempre siano vissute anche dai giovani di oggi, ma con accenti diversi e in un tempo nuovo.

Questo lavoro ci ha confermato nella necessità di incrementare il dialogo con le giovani generazioni per poter rinnovare la nostra vocazione nella logica della fedeltà creativa.

Ha concluso il pomeriggio l’intervento di Monsignor Claudio Stercal che a nome di un gruppo di osservatori – cui era stato richiesto di partecipare al convegno in questa veste – ha posto alcune sottolineature utili a proseguire la riflessione. Al termine la dottoressa Ciotti ha sottolineato l’importanza di interagire tra chiesa locale e CIIS incrementando la sinergia tra le diverse presenze in diocesi al fine di poter ancora oggi fare dono del carisma degli istituti secolari alla chiesa e in particolare ai giovani.

Per concludere….

Noi, membri di I.S. sentiamo fortemente l’esigenza che la vocazione degli Istituti secolari sia conosciuta e valorizzata per il dono che può essere per la società e per la Chiesa.

Sentiamo di aver ricevuto un dono, un carisma nella Chiesa e vorremmo che tutta la Chiesa nelle sue diverse articolazioni, ma soprattutto il mondo giovanile, nelle associazioni e gruppi ecclesiali, possa comprendere la bellezza di fare della propria vita, così com’è, nel lavoro e nei diversi aspetti sociali e organizzativi, un dono totale e indiviso a Dio per servire i fratelli, per essere tra loro, segno di speranza e di amore…

Speriamo che molti giovani possano scoprire nel loro cuore il desiderio di donarsi con cuore indiviso a Dio e ai fratelli nelle comuni condizioni di vita, sentano l’esigenza di conoscere più da vicino questa vocazione e, attraverso il dialogo con chi già la vive, possano comprendere se questa potrebbe essere la loro modalità per crescere e servire la Chiesa e il mondo.

A cura del CIIS diocesano

Stralci dalla relazione della Dottoressa Barbara Pandolfi agli Istituti secolari il 14 aprile 2018

sul tema “Dentro il dinamismo della vita e della storia”

Siamo all’interno, a cavallo, della celebrazione dei settant’anni dalla promulgazione di due documenti importanti: la Provida Mater Ecclesia (1947) e il Primo Feliciter (1948).

Questi importanti documenti riconoscono, ratificano e accolgono, all’interno dell’ “organismo” della chiesa, una realtà nata alcuni decenni prima, quella di una consacrazione piena a Dio restando nel mondo, nel secolo: la forma di vita di una laicità consacrata.

San Paolo VI, affermava il 20 settembre 1976:

«La vostra condizione esistenziale e sociologica diventa vostra realtà teologica, è la vostra via per realizzare e testimoniare la salvezza».

Dentro, appunto, il dinamismo della vita e della storia, non per la sola condizione sociologica, ma per una “condizione” teologica.

Il riconoscimento della Provida Mater e del Primo Feliciter, inoltre, non è unidirezionale, non consiste, cioè, solo nel dare uno statuto giuridico a una forma di vita ormai esistente, ma, riconoscendo un dono dello Spirito per tutti, di fatto la Chiesa scopre di essere lei stessa arricchita da una “novità” capace di fa emergere una sfaccettatura del suo essere, della sua missione, nel costante accompagnamento del Signore.

Il tema dell’apporto degli Istituti secolari alla vita della Chiesa è, dunque, un tema significativo, da tener presente, come l’arcivescovo di Milano ci ha ricordato.

Alcune domande sono aperte e sollecitano ciascuno di noi e i nostri Istituti oggi.

Quale esperienza, quale volto di chiesa stiamo sollecitando a far emergere?

Cosa hanno significato e significano gli IS all’interno del discorso sul laicato?

Se gli IS hanno contribuito a una comprensione diversa del rapporto Chiesa-mondo, che ha, in certo senso, anticipato alcune intuizioni del Concilio Vaticano II, quale è il novum che esprimiamo (o potremmo esprimere) oggi nella Chiesa?

Queste sono domande importanti, perché la profezia che è in ogni carisma, Parola di Dio per la chiesa e il mondo, non è solo una parola detta alle origini. Per certi versi è chiamata a svilupparsi, ad autenticarsi nel tempo: “osservate…dai loro frutti li riconoscerete”. Di questa crescita affidata a noi siamo responsabili: il talento non può essere conservato ma trafficato.

Per questo la fedeltà non può mai essere fossilità, poiché la fedeltà al carisma è questione più di futuro che di passato. Il carisma si genera e rigenera continuamente, come un organismo vivente; il carisma è sempre in divenire, non è mai un fossile, per quanto prezioso.

Se questo è vero per ogni carisma, lo è molto di più per quanto riguarda la laicità consacrata chiamata a vivere dal di dentro, senza separazione, per immersione nel dinamismo della vita e della storia.

Mi sembra che la specificità degli IS sia data proprio da una spiritualità dell’Incarnazione che assume seriamente la storia come luogo teologico…..

L’Incarnazione ci suggerisce sempre l’idea che la storia e il corpo hanno un valore eterno. Nell’Incarnazione Dio stesso è cambiato, poiché la vita umanissima del Figlio fatto carne è entrata per sempre nell’abbraccio del Padre, nel circolo d’amore trinitario.

La laicità consacrata fonda le sue radici in una spiritualità incarnata, capace di spingere sempre ad osare, intraprendendo quelle soluzioni anche solo probabili che sollecitava Paolo VI, assumendo i rischi di scelte coraggiose e innovative, che tentano di declinare il vangelo e la storia, di ascoltare la Parola e la vita. Una spiritualità dell’Incarnazione che sola può unificare la nostra esistenza, facendoci superare la scissione tra fede e vita

Gli Istituti secolari nascono in un contesto sociale, culturale ecclesiale molto diverso da quello attuale. In cento anni la società e la chiesa sono diverse, profondamente.

Non possiamo, perciò, “confondere il nucleo immutabile dell’ispirazione originaria con la forma organizzativa storica che esso ha assunto nelle fasi di fondazione, e non comprendere che la salvezza dell’ispirazione originaria consiste nel cambiare le forme per restare fedeli alla sostanza del nucleo originario, è percorrere un cammino di decadenza e morte”. (cfr. Luigino Bruni)

Da una chiesa uniforme che trovava forza nell’istituzione siamo passati alla comprensione di una chiesa mistero di comunione e popolo di dio, segnata dalla misericordia e dalla tenerezza. Il crollo delle ideologie ha lasciato spazio a un pensiero debole e fluido, segnato spesso dall’indifferenza, la stagione della cautela, dell’ “immobilismo”, che ci sollecita alla testimonianza e alla credibilità.

Da una missione intesa come portare i valori cristiani in un mondo scristianizzato, ad una visione che ci spinge a accogliere e riconoscere i germi di bene già presenti nella storia e accompagnarli.

Dalla priorità data alla dottrina, alla riscoperta della Parola, per vivere radicati essa, avendo il vangelo come regola assoluta

Da una liturgia centrata sul ritualismo sacrale, alla partecipazione di tutti come culmine e fonte del cammino del popolo di Dio peccatore salvato, che nel sacerdozio comune offre la propria vita vera, vissuta.

Da una idea (e un vissuto) di laicità come militanza contro corrente, a un pensare una laicità in divenire, da ripensare per il mondo e per la chiesa per parlare di Cristo non solo dall’alto, da una cattedra distante, per imparare che la fede si trasmette tramite l’umile proclamazione della differenza evangelica.

Dalla nostra esperienza

* stiamo scoprendo che la nostra preghiera non può che scaturire dai fatti della vita, dentro la vita…da una Parola incarnata (la parola è sempre incarnata, perché il Verbo si è fatto carne); solo questa preghiera ci permette cogliere il mondo e il nostro trafficare le cose del mondo come fossero parabole del regno di Dio (A. Casati)

* intuiamo che solo la prossimità permette di riconoscere ciò che lo Spirito ha seminato e semina negli altri come dono per noi, per la chiesa…

* possiamo dire che siamo noi ad avere bisogno del mondo prima che il mondo di noi…..per questo non possiamo non vivere la passione per la vita feriale (vita “mondana”), la passione per il dialogo con le molte “culture” del nostro tempo… perché li incontriamo Dio, in una “missione” che nasce dal basso: “Un angelo del Signore parlò a Filippo per….. affiancarsi a un uomo che sta percorrendo la strada della sua vita, che sta camminando dentro i suoi problemi, elaborando la sua storia, il suo passato, il suo avvenire…senza vita deserto come il luogo che sta attraversando, come la vita che è deserta…senza acqua che disseta…”

* impariamo a scorgere Dio non tanto e non solo nei luoghi del sacro ma della santità, del Bene che è oggi spesso diffuso fuori dai recinti e dagli schemi tradizionali. Solo qualche giorno fa abbiamo visto il volto di Dio riflesso in un catino di acqua sporca….e abbiamo accolto di nuovo l’annuncio di uomini e donne marginali nel grande Impero e condannati dal sistema politico e religioso: “ non sei anche tu dei suoi?”

* stiamo iniziando a pensare che è necessario convivere con la vulnerabilità. Un passaggio significativo dal concetto di perfezione astratta, di chi non mostra (non deve mostrare) debolezze, non deve sbagliare mai…primo in tutto per amore di Cristo..alla consapevolezza di essere persone umane, uomini e donne peccatori amati e salvati, che non possono giudicare, solo mettere il proprio cuore a contatto con quello degli altri: un fariseo e un pubblicano salirono al tempio…

Il cambiamento in atto è l’elemento costitutivo della nostra vocazione, della vocazione degli IS e l’ingrediente della nostra spiritualità.

Non si tratta di temerlo, ma di assumerlo, accettarlo profondamente dentro la nostra vita, dentro i nostri Istituti perché dia forma al nostro stile di vita.

Accettare l’idea di una mutazione/trasformazione in atto non significa che si debba prendere quel che accade così com’è, senza lasciarci l’orma del nostro passo. E’ la sfida che gli Istituti secolari possono consegnare, attraverso la loro vita, alla chiesa e al mondo.

Stare dentro il dinamismo della vita significa sempre più riscoprire l’umano, la vita nella sua interezza, per viverla a corpo vivo.

Per farlo è necessario osare una formazione nuova, capace di reimpostare le categorie tradizionali di “sacrificio” (che non può essere negare ciò che siamo, negare la bellezza della vita… e la gioia del mondo: Gesù mangia con gli amici, abbraccia i bambini, si lascia versare il profumo sul corpo, osserva la bellezza del mondo, parla il linguaggio dei sentimenti…, ma rinuncia alle logiche del profitto e dello sfruttamento, della carriera, del potere….), di “ascesi-penitenza” (riscoprendola come competenza nel lavoro, onestà, fatica dell’informazione e del pensiero….) di “vocazione” (non come staticità e immobilismo, ma come il progressivo diventare se stessi nel cammino del discepolato)

Una formazione così intesa è integrale: formazione di mente cuore e vita, formazione non solo teorica, ma vitale, che tiene conto del vissuto.

E le nostre comunità-fraternità?

Dobbiamo riscoprire il valore dell’accompagnamento, perché le nostre comunità siano davvero luoghi di formazione e di sostegno, sottolinea il Papa:l’annuncio evangelico non è da trasmettere sempre con determinate formule stabilite o con parole precise che esprimano un contenuto assolutamente invariabile (EG129) ma con “l’arte dell’accompagnamento” (EG169)

Siamo anche chiamati a chiederci:

Come ci lasciamo interpellare, noi Istituti secolari nati in Italia, dalle vocazioni che arrivano da altri Paesi del mondo sia perché abbiamo gruppi in altri Paesi sia perché persone di altri Paesi chiedono, in Italia, di entrare nei nostri Istituti. Quale ricchezza ci portano?

Quale fiducia ci chiedono? Quale stile di convivenza…che sia laboratorio sperimentale anche pe r il mondo?

Come la fraternità delle nostre comunità è capace e pronta a unire, nella varietà delle ricchezze, senza omologazione, senza uniformità, mondi distinti: ricchi-poveri…..per porsi nel mondo con lo stile inclusivo del Maestro?

Quale novità dicono oggi gli IS sulle donne nella società e nella Chiesa?

La vita consacrata è sempre stata letta in una prospettiva escatologica, quale segno e anticipo del mondo futuro, del compimento, promesso da Dio, invocato nella liturgia “vieni Signore, venga il tuo regno….nell’attesa della tua venuta”.

In questa prospettiva mi sembra che gli IS abbiano da dire davvero qualcosa di significativo, nella convinzione che il mondo futuro non sarà totalmente altro da quel germe di regno che già si manifesta e silenziosamente cresce nella storia.