“Il suicidio è da mettere in conto nel nostro lavoro….”. È la frase che ci siamo detti durante un incontro di lavoro dall’eloquente titolo “il Suicidio e il lutto degli operatori”. È una realtà del mio lavoro che si svolge, da oltre vent’anni, nel campo della salute mentale. Non è tanto il panico, l’angoscia, le limitazioni anche cognitive, la fragilità, l’emarginazione la violenza ….. è il suicidio che lascia senza fiato! E’ la cosa più drammatica per le persone, i familiari, i parenti, gli amici… e anche per noi operatori. Avviene quando meno te lo aspetti, anche se ci possono essere delle avvisaglie nel decorso della malattia. Ti sbatte in faccia la tua impotenza, quella del tuo lavoro, delle terapie varie, dei vari interventi che metti in atto, dell’affetto e dell’amore. Ricordo ancora il vissuto del primo suicidio, quello di una giovane donna da me presa in carico. Aveva due figli piccoli ed era separata da poco. I figli erano affidati al padre e lei si sentiva sola nel suo appartamento. Le avevo indicato un pensionato per studenti e lavoratori e dopo poco tempo di permanenza lì si era ripresa anche dalla depressione. Nel mese di agosto il pensionato chiudeva per ferie, lei lo sapeva, ma dopo due giorni dal rientro nel suo appartamento, ha messo fine alla sua vita. Sono tante le emozioni, le domande, le riflessioni davanti queste realtà così complesse che investono le persone protagoniste (loro malgrado!?) e quelle che le stanno/stiamo attorno. Ma poi non se ne parla più: ognuno in genere, si vive l’esperienza da solo. Sembra quasi che il problema non esista… eppure secondo l’0.M.S.: nel mondo, una persona muore per suicidio ogni 40 secondi; è un grave problema nei paesi ad alto reddito mentre in quelli a basso reddito si sta sviluppando sempre di più; una grande percentuale delle persone che muoiono per suicidio soffre di malattie mentali.
Noi “addetti ai lavori” diciamo che la sofferenza mentale è una malattia come le altre ma sappiamo bene che “lo è più” delle altre. È tabù per noi, per la società e per la Chiesa. Nell’immaginario comune si ha paura di ammalarsi ma si ha terrore di “perdere la testa”. Quando pensiamo al malato o al sofferente in genere, lo si immagina per lo più come una persona cosciente della sua situazione e dei suoi limiti alla quale ci avviciniamo e proponiamo il nostro aiuto e lei sia disposta ad accettarlo o a rifiutarlo in base ai canoni comuni della comunicazione umana. Nella malattia mentale tutto si complica: angoscia, panico, ansia, depressione, senso di inadeguatezza e di fragilità sono spesso presenti in queste persone. Nei casi più gravi si aggiunge inconsapevolezza di malattia, diffidenza, chiusura alle relazioni, alterazione della realtà, paranoia, aggressività, comportamenti bizzarri e/o violenti. È una grande sofferenza che mette a dura prova le istanze vitali e le motivazioni esistenziali della persona, vissuta spesso in profonda solitudine in quanto non capita e fatta oggetto spesso, di ostilità e di scherno da parte dei familiari e di chi le sta attorno. La relazione con queste persone viene messa alla prova… Anche se non si deve dare nulla per scontato nelle nostre relazioni, in questi casi è richiesta una continua rassicurazione e una ripetuta conferma dei suoi contenuti. Si fa leva sulla comune umanità fatta di sentimenti, di aspirazioni, attese ed istanze profonde: esistenziali, affettive, spirituali di cui tutti siamo portatori. Come sempre, avviene che, quando si vincono i pregiudizi e le resistenze e si intraprende un rapporto sincero e disinteressato con queste persone ( come pure con tutti i “diversi”), cadono le barriere, ci si avvicina e ci si conosce sempre di più. Il dialogo , come ogni dialogo, a volte è rivelatore a volte no, può essere sofferto ma anche divertente. A questo punto ci si dimentica del problema perché abbiamo davanti la persona che interagisce con noi alla pari. Questa è l’esperienza costante del lavoro e della vita ed è anche quello che vedo accadere …. al di là di quanto mi aspettassi. Avviene in particolare negli inserimenti lavorativi. Quando andiamo a cercare la disponibilità delle ditte private all’accoglienza dei nostri utenti, abbiamo trovato meno pregiudizi e chiusure rispetto alle nostre aspettative e superate le titubanze iniziali, si sono verificate delle bellissime esperienze che hanno ampiamente soddisfatto ed arricchito tutti. Quando infatti, facciamo le verifiche, i titolari delle aziende parlano delle persone inserite come di qualsiasi altra persona ma sono anche affettivamente coinvolti e spesso si prendono cura anche dei loro problemi familiari. E questo è bellissimo: mi fa contemplare ogni volta la bellezza e ricchezza delle persone che va al di là delle apparenze e delle aspettative.
Questa è opera di Dio! Quella che Gesù indica ai discepoli in Gv. 9,3 “….è così perché si manifestino in lui le opere di Dio”. Qui Gesù opera una potente e prepotente inclusione e cioè ci considera tutti uguali, non esclude nessuno. In chi infatti, non si manifesta l’opera di Dio?
Gesù nella sua vita oltre che amare le folle, non si lascia ostacolare dai pregiudizi, dalle paure, dalla violenza nell’avere incontri significativi con le persone. Nei suoi rapporti personali non solo dona e restituisce dignità (per questa tua parola va, il demonio è uscito da tua figlia) Mc 7,29 ma pure riceve e resta ammirato (….neanche in Israele ho trovato una fede così grande!) Lc 7,9.
Egli non si lascia ostacolare dalle nostre barriere che sembrano precludere ogni possibilità di comunicazione e di comunione (le porte chiuse in Gv 20,19.26). Una barriera è la paura, quella paura di perderci, di comprometterci nelle nostre relazioni con Lui e con gli altri, paura da cui siamo pesantemente condizionati.
Egli rispetta però in pieno la nostra libertà (volete andarvene anche voi?) Gv 6,67.
Queste riflessioni danno senso, motivazione profonda e stimolo al mio lavoro, alla mia vita e alle mie relazioni. Credo e sperimento che il Risorto accompagni ciascuno di noi quando siamo nella prova e nella sofferenza. Egli ci da forza, coraggio e sapienza per accogliere le nostre preoccupazioni, le nostre paure, le angosce, i limiti e per affrontare, superare e cercare nuove strade, nuove strategie per la ricerca di una vita piena e gioiosa verso la quale tutti tendiamo, anche chi, ha ritenuto(?!) di trovarla in un’altra vita.
Una MdI.