Sempre la comunità cristiana si è impegnata nella cura della salute, dei malati e dei sofferenti. E’ un campo in cui la Chiesa ha vissuto ed è costantemente chiamata a vivere la consegna di Cristo “Và e fa anche tu lo stesso” presente nella parabola del “Buon Samaritano” (Lc 10,25-37). Questa “consegna” non riguarda solo alcuni nella comunità cristiana, né è delegabile, ma coinvolge ogni battezzato in modo proprio e in collaborazione con gli altri, anzi interpella ogni persona di buona volontà ed in particolare noi Missionarie degli Infermi “Cristo Speranza”.

Come attuare oggi questa consegna?

La parabola del “Buon Samaritano” ci coinvolge e richiede la nostra conversione. Il sacerdote e il levita, uomini religiosi e buoni conoscitori della Legge, scendevano sulla strada che da Gerusalemme porta a Gerico, vedono e “passano oltre”; essi rappresentano quanti, pur uomini religiosi, rischiano di essere insensibili e aridi di fronte al dolore. Il samaritano invece, considerato dagli Ebrei un eretico, e come tale oggetto di disprezzo e di rifiuto, “gli passò accanto, lo vide, ne ebbe compassione, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino, lo caricò sul suo giumento, lo portò in un albergo e si prese cura di lui”. Queste otto espressioni, lette nel loro significato diretto o in quello simbolico, usate da Luca, rappresentano il linguaggio dei comportamenti più autenticamente umani.

Di fronte al dolore l’uomo non conosce distinzione di clan, di barriere razziali, politiche o religiose. L’impulso di aiutare proviene da una propensione iscritta nella natura dell’uomo, non è il prodotto di una cultura e neppure di un credo religioso.

Giovanni Paolo II nell’enciclica “Salvifici Doloris” sottolinea come “Buon Samaritano è ogni uomo che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque essa sia… Buon Samaritano è ogni uomo che si commuove per la disgrazia del prossimo” (n. 28). Il mondo dell’umana sofferenza invoca senza sosta un altro mondo: quello dell’amore umano, e quell’amore disinteressato che si desta nel suo cuore e nelle sue opere l’uomo lo deve in un certo senso alla sofferenza…”. La parabola del Buon Samaritano dice l’agire misericordioso di Dio che, nel suo Figlio Gesù, si china sulla nostra umanità ferita per risanarla e salvarla.

I Vangeli, nel presentare la missione di Gesù, dedicano molto spazio al suo ministero terapeutico, di cui si possono richiamare alcune caratteristiche:

  • La partecipazione di Gesù alla condizione della persona umana, specialmente se sofferente, non è mai fredda, ma carica di una forte e intensa emotività, egli fa propria la sofferenza di chi incontra.
  • L’atteggiamento di Gesù verso la malattia è sempre di lotta per vincere il male, venendo incontro alle invocazioni di guarigione.
  • La relazione di Gesù con i malati, le stesse guarigioni operate, sono sempre nel segno del “prendersi cura” della persona, del mettersi a servizio della sua vita.
  • Nell’incontro con i malati Gesù ha mostrato come l’unione con Dio e la fedeltà al suo disegno non dipende da gesti ritualistici, ma dal servire e amare i fratelli sofferenti.
  • Gesù nel guarire il malato lo reinserisce nella comunità.
  • L’agire di Gesù verso i malati non debella tutte le malattie e non risana tutti i malati, ma diventa segno di un mondo dove la sofferenza verrà vinta e l’umanità verrà pienamente risanata.
  • Nell’agire di Gesù e nel suo insegnamento la comunità cristiana trova il senso profondo del suo prendersi cura delle persone malate e sofferenti.

Conoscere Gesù nella sua umanità, nella sua relazione con le persone in situazione di debolezza, di limite e di sofferenza, significa conoscere un progetto di vera umanità e di relazione umanizzante: cioè come la persona deve essere per corrispondere al piano di Dio, come deve vivere ed entrare in relazione con gli altri, per essere trasparenza dell’amore di Dio. Attraverso l’umanità di Gesù traspare la sua divinità: l’agire misericordioso e compassionevole di Dio “Chi vede me vede il Padre” dice Gesù all’apostolo Filippo (Gv 14,9). Il volto di Dio, fatto di tenerezza e di compassione, il suo agire da “buon samaritano” verso di noi, trova la sua manifestazione culminante in Gesù, che nella sua passione e morte prende su di sé la nostra sofferenza e la nostra stessa morte per vincerle e donarci così una vita e una salvezza piena per sempre, con la sua risurrezione.

E’ il Cristo Crocifisso e Risorto il fondamento della nostra fede e della nostra speranza. La risurrezione è la conferma data da Dio sulla missione risanante e salvante del suo Figlio Gesù. Essa ci dà la certezza che seguire la via di servizio e di amore tracciata da Gesù porta ad una vita piena ed eterna. Qui sta il fondamento della nostra speranza anche nei momenti della prova.

Egli ci chiama a renderci partecipi di questa missione di speranza, a essere attente in tutti i modi ai piccoli di questo mondo nei quali egli stesso si è identificato…” (Cost. art. 49).

La presenza di spinte negative e, nello stesso tempo, di slanci generosi, ci indica che per diventare dono per i fratelli e le sorelle che soffrono è necessario impegnarsi in un cammino di crescita, animati dalla consapevolezza che il Signore ci ha dato le risorse necessarie per compierlo. Si tratta di interiorizzare le parole e l’esempio di Gesù e di quanti, lungo la storia, sono stati capaci di imitarlo più da vicino.

Alcune tappe di un itinerario di crescita

1 – Consapevolezza

Il dono è una realtà connaturale alla vita, che accompagna l’individuo lungo tutto il suo percorso esistenziale. Spesso la forza dell’abitudine impedisce di prendere coscienza di quanto ci è donato da Dio, dalle persone che ci sono vicine, da quanti si prendono cura di noi in particolari circostanze della vita. Diamo per scontato il fatto di esistere, la bellezza dell’universo, l’amicizia, l’accompagna mento o l’assistenza in un momento in cui il nostro corpo o il nostro spirito “fanno i capricci”; diamo per scontato un fiore, un sorriso, la salvezza di Cristo che ci ha raggiunti nel più profondo dell’essere.

Mi concedo un momento di riflessione per pensare ai doni che ho ricevuto da Dio e che mi raggiungono attraverso:

  • la natura
  • la relazione con le persone che incontro
  • le circostanze della vita e le esperienze spirituali.

Come risuona in me l’espressione di San Paolo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me”?

2 – Relazioni significative

Il dono deve inserirsi all’interno di una relazione significativa, una relazione io-tu. Stabilire un simile rapporto con una persona implica la capacità di considerarla come mistero. Ogni persona infatti è portatrice di valori e di risorse che sfuggono all’osservazione superficiale; è artefice di un progetto il cui svolgimento segue percorsi originali, condizionati da tanti fattori presenti e passati, radicati nelle esperienze infantili o in quelle recenti, nell’incontro o scontro con tante persone, nella relazione con Dio. Tale condizione dell’essere umano invita al silenzio, alla meraviglia, allo stupore e al rispetto.

L’esperienza ci dice che non è facile considerare l’altro come persona, cioè un essere distinto da noi, ricco della propria autonomia. La tentazione, infatti, di inglobare l’altro, di fagocitarlo, di annullarlo assorbendolo in noi stessi, ci abita costantemente.

Anche nel mondo della sofferenza esiste il rischio di lasciarsi guidare dal funzionale, dall’utilitaristico e dal paternalistico, racchiudendo il malato nel suo ruolo di paziente, nella sua patologia, considerandolo puro oggetto della nostra compassione, mera occasione per una affermazione di noi stessi. Chi non conosce, poi, l’insidiosa presenza della vanità, il desiderio di farsi notare attraverso gesti generosi, come ci rivela l’episodio evangelico del l’offerta al tempio da parte dei ricchi e della povera vedova? (Mc 12,41). A volte fa capolino il principio “do ut des”, ti do perché tu mi dia, ingenerando la pretesa di avere il contraccambio, se non in termini materiali almeno in termini affettivi.

Rifletto sulla mia capacità di donare:

  • Sono stata educata/o a donare?
  • Il dono che faccio a familiari e ad amici si esaurisce nella cosa donata oppure esprime anche qualcosa di me?
  • Quali sono i doni che faccio ai fratelli sofferenti?

Cos’è che mi motiva a donare qualcosa di me ai malati?

  • Sono capace di gratuità? (“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” – Mt 10,8)
  • Provo gioia nel donare? (“Chi fa opere di misericordia le compia con gioia” – Rm 12,8)

3 – Cosa offrire?

Il donare se stessi o qualcosa di se stessi al fratello che soffre si esprime attraverso un insieme svariato di atteggiamenti e di iniziative. Ne indichiamo alcune, sottolineando che esse trovano la loro sintesi nell’amore-agape.

  1. Il dono di un cuore ospitale – L’empatia

Il primo dono che possiamo offrire al malato è un “cuore ospitale”. L’essere ospitali si esprime nel creare uno spazio dove l’altro possa sostare. L’ospite si sente come a casa sua, rispettato nei suoi diritti, riconosciuto nella sua dignità. Il passo successivo è l’empatia. L’empatia è l’appoggio naturale dell’amore profondo come dono, gratuità, tenerezza, meraviglia, solidarietà. L’incontro con l’altro è davvero un incontro di persone che si riconoscono tali e insieme si superano andando verso qualcosa che supera entrambi.

L’empatia promuove l’amicizia e il dialogo con il “tu” differente dall’“io”, realizzando la reciprocità e la vicendevole crescita dentro alcune condizioni che sono la piattaforma dell’incontro profondo:

la ricerca della verità: è necessario essere trasparenti, deporre ogni maschera e mostrarsi come si è, senza finzioni o simulazioni;

la ricerca della libertà: il fondamento dell’amicizia è il rispetto della personalità spirituale dell’altro, nonostante il desiderio di essere accanto a lui in tutti gli aspetti della sua vita e soprattutto nei suoi momenti difficili;

la ricerca del dialogo: il quale è fatto per la comunione e questa non si raggiunge senza interiorità e progressivo svuotamento intimo che fa diventare più disponibili, comprensivi e pronti ad amare con quell’amore con cui si vorrebbe essere amati;

la ricerca della fiducia: l’amicizia non è costrizione, per questo lascia spazio alla confidenza assoluta, alla rivelazione del proprio mistero a un altro che accoglie e comprende senza irritazione, senza moralismi e senza perdita di stima;

la ricerca della fedeltà: più l’amicizia è radicata nella profondità della persona, più porta in sé l’esigenza della fedeltà che è un voler bene oltre ogni debolezza e oltre ogni distanza, oltre ogni prova, oltre l’invecchiamento poiché se muore è probabile che non sia mai stata vera amicizia;

la ricerca della purificazione: la strada dell’amicizia è umile e insieme lunga. Perciò richiede pazienza, costanza, purificazione perché sia anche portatrice di una gioia infinita, inesprimibile e feconda.

La capacità di empatia esige grande calore umano, affetto, accoglienza sincera, espressioni tali che permettano all’altro di percepire l’amore, gesti di tenerezza che tengano conto dell’età, del bisogno del momento, dell’ambiente, delle motivazioni, delle circostanze.

  1. Il dono della visita

L’essere ospitali non significa limitarsi ad adornare la propria dimora interiore per accogliere il malato, implica anche l’essere capaci di uscire, di andare verso l’altro. La visita fraterna fatta in nome della comunità ecclesiale non solo risveglia o rafforza nel malato il senso del l’appartenenza a un gruppo, ma gli dà la certezza di essere considerato un membro della comunità.

  1. Il dono della presenza

Visitando un malato con cuore ospitale noi gli facciamo dono della nostra presenza. Essa può diventare autentico sacramento della vicinanza di Dio quando è permeata di rispetto, comprensione, fiducia, compassione, tolleranza, discrezione, gratuità, buonumore, gioia…

  1. Il dono del servizio

Il dono di sé ai malati si esprime anche nel mettere a loro servizio le proprie risorse e competenze nei vari settori. La difesa dei diritti dei malati, il coinvolgimento nella legislazione e nell’amministrazione sanitaria costituiscono un servizio prezioso a chi soffre, un autentico dono.

  1. Il dono del “camminare insieme”

Molti sono i modi che consentono di fare un po’ di strada insieme ai malati. Il pellegrinaggio, la relazione d’aiuto, ma questo camminare insieme può attuarsi anche attraverso la corrispondenza epistolare o tramite una telefonata o un ‘sms’ o una ‘e-mail’.

  1. Il dono della preghiera e della celebrazione

Pregare per i malati e con i malati è un grande dono che può essere offerto a chi soffre. Oggi più di ieri le intenzioni di preghiera riguardano tante altre sofferenze che non sono solo la malattia fisica o mentale. Preghiamo per le persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese con la loro pensione, preghiamo per quanti hanno perso il lavoro e non hanno ancora una pensione e contano sulla solidarietà dei loro familiari, ammesso che li abbiano, oppure si rivolgono alla Caritas per mangiare e vestirsi ma preferiscono dormire per strada piuttosto che andare in un ostello. Preghiamo per quanti sono fuggiti dalla guerra e dalla fame e si ritrovano prigionieri nei centri di accoglienza superaffollati e non riescono a realizzare i loro sogni di libertà. Preghiamo per i giovani che, anche se laureati, in Italia non riescono a trovare lavoro, perché non c’è, e sono costretti ad andare all’estero in cerca di fortuna… Potremmo aggiungere altre mille intenzioni di preghiera perché tutte queste sofferenze ci riuardano
Rosaria S., Missionaria degli Infermi, medico