Siamo a Betania in quel convitto nel quale irrompe una donna che si avvicina a Gesù con un vaso di olio profumato e glielo versa sul capo suscitando immediatamente la reazione indignata dei discepoli (Mt.26,6-13). Gesù rimprovera i discepoli e chiede loro di lasciare in pace la donna che ha fatto “un’opera buona” verso di Lui e “l’opera buona” che la donna compie è proprio quel gesto superfluo di profumare il capo del Signore, non necessario ma fondamentale per indicare l’umanità che si dona, l’affetto e l’attenzione verso l’altro, l’importanza dell’incontro personale.

Le opere belle non sono quindi solo le opere esteriori come il digiuno e l’elemosina ma anche tutto ciò che ci avvicina alla persona di Gesù, ci aiuta a coltivare l’attenzione a Lui e vivere nello spirito delle beatitudini evangeliche descritte nel capitolo 5 di Matteo.

Chiediamoci dunque quale sia il senso di una vita consacrata al Signore…Tale senso non è forse da ricercare in un continuo atteggiamento di attenzione e di affetto verso il Signore? Le nostre giornate di donne consacrate che senso hanno se non troviamo il tempo di stare con il Signore, parlare con Lui, ascoltarlo e confidare a Lui gioie e preoccupazioni della nostra vita secolare? E da questo dialogo intimo con l’Amato non ne deriva forse maggior chiarezza e determinazione nell’essere segno e profezia nelle tante realtà che abitiamo?

Spesso nel nostro quotidiano non ci sono programmi; la nostra obbedienza alla volontà di Dio si manifesta nelle circostanze del momento e ci impegna a quella libertà interiore che ci richiede di essere creative ed originali nelle diverse situazioni; possiamo anche sbagliare ma tutto quello che facciamo è fatto con il cuore, ci giochiamo seriamente la nostra esistenza storica nello spirito profetico delle beatitudini sulla scia di quello che già diceva Paolo VI:

– la nostra castità dirà al mondo che si può amare con il disinteresse e l’inesauribilità che attinge al cuore di Dio e ci si può dedicare a tutti senza legarsi a nessuno, avendo cura soprattutto dei più deboli

– la nostra povertà dirà  al mondo che si può vivere tra i beni temporali e si può usare dei mezzi della civiltà e del progresso senza divenire schiavi degli stessi

– la nostra obbedienza dirà  al mondo che si può essere felici restando pienamente disponibili alla volontà di Dio che trapela dalle mille circostanze della vita

Gianfranca, MdI.