MESSAGGIO CONDIVISO

Camilliani – Figlie di san Camillo – Ministre degli Infermi – Ancelle dell’Incarnazione

Missionarie degli Infermi ‘Cristo Speranza’

C’È SOLO UNA TRISTEZZA NELLA VITA: QUELLA DI NON ESSERE SANTI!

Gioia, santità e beatitudine della misericordia

«Se cerchiamo la santità che è gradita agli occhi di Dio troviamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo una regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati: ‘ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi’»

Papa Francesco, Esortazione apostolica Gaudete et Exsultate. Sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, n. 95

«Tutto l’aspetto mostri piuttosto giocondità e allegrezza che tristezza o affetto disordinato»

San Camillo de Lellis

«Beati voi, Padri e Fratelli, che avete fatto questa elezione di vita perché questa Religione precede le altre… 

Beati e felici i Ministri degli Infermi che sapranno conoscere il gran bene della loro vocazione! 

Beati voi, Fratelli, e ringraziate Dio che vi è toccata la pietanza grossa della carità agli infermi per il che siate sicuri di guadagnare il cielo. 

Beato e felice quel Ministro degli Infermi che consumerà la sua vita in questo santo servizio con le mani dentro la pasta della carità!»

S. Camillo de Lellis e la gioia della carità

«C’è solo una tristezza nella vita, quella di non essere santi» (Léon Bloy)

Si diventa santi vivendo le beatitudini: se partiamo davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi. Il testo di Matteo 25,35-36 non è un semplice invito alla carità: è una pagina carismatica e profetica, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo e sul mistero dell’uomo.

Si diventa santi tutti, perché la Chiesa ha sempre insegnato che è una chiamata universale e possibile a chiunque: lo dimostrano i molti santi della porta accanto. La vita della santità è poi strettamente connessa alla vita di misericordia: santo è chi sa commuoversi (cf. Lc 15,20) e muoversi (cf. Lc 10,33) per aiutare i miseri e sanare le miserie; chi rifugge dalla messa in opera di forme relazionali spesso astratte, stereotipate e retoriche; chi, in un mondo accelerato e aggressivo, «è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo e senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza».

A quale modello di santità ispirare la nostra esistenza? Papa Francesco ci esorta alla santità della porta accanto, alla santità di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, fatta di piccoli gesti vissuti nel quotidiano. Una santità che è gioia, perché nella vita «non c’è che una tristezza quella di non essere santi». La santità non è una montagna da scalare in solitaria, contando sulle proprie forze: i santi del quotidiano che il Signore ci mette a fianco sono un aiuto, un conforto della grazia del Signore che ci aiuta a camminare, ad andare avanti, ad abbracciare la nostra condizione, qualsiasi essa sia.

Mistici nella storia

Mentre il mondo in cui viviamo ci spinge a ripiegarci su noi stessi, ad avvitarci e paralizzarci intorno alle nostre paure più o meno giustificate, o a vivere in un continuo stato di ansia e di agitazione, lo Spirito di Cristo ci fa camminare con coraggio davanti alla realtà, senza rimanere scandalizzati dalle nostre fragilità e dai nostri limiti. È questa la sorgente autentica della missione cristiana: possiamo annunciare senza paure la liberazione del vangelo nella vita di tutti i giorni, davanti ai nostri compagni di strada, perché facciamo esperienza della promessa di Cristo stesso, che ha promesso che sarà con i suoi “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Ci fanno restare lontani dal Vangelo tutti i discorsi sulla santità che mettono in contrapposizione l’amore a Dio e la carità verso i fratelli: le parole di Gesù (cf. Mt 25) che invitano tutti a riconoscerlo nel malato, nello straniero, in colui che ha fame e che ha sete, non sono esortazioni generiche ma vanno prese alla lettera, sine glossa, da parte di chi vuole seguire Gesù stesso.

Vi sono alcuni che, dall’amore per i poveri sono arrivati all’amore per Cristo; vi sono altri che dall’amore per Gesù sono arrivati all’amore per i poveri: san Camillo de Lellis – che celebriamo anche quest’anno nella sua memoria liturgica – riassume in modo esemplare entrambe le prospettive, rivelando, a dispetto di una certa tradizione che ce lo ha descritto come uomo meditabondo ed incupito, un volto attraversato dalla gioia dell’amore e dalla letizia evangelica.

«Beati voi … Felici voi…»: il volto raggiante e gioioso dell’esercizio della carità

Camillo esortava i suoi compagni: «Tutto l’aspetto mostri piuttosto giocondità e allegrezza che tristezza o affetto disordinato». Incitava i suoi religiosi all’audacia nell’esercizio della carità verso gli infermi; li rincuorava con parole e li animava con immagini che potessero accompagnarli e sostenerli nella gioia e nella fatica della loro consacrazione: «un ministro degli infermi senza carità è come un pesce fuori d’acqua, che presto muore. È come un corpo senz’anima, un soldato senz’armi. Somiglia ad un asino macilento, che sia coperto di una bellissima e ricchissima gualdrappa… O poveri questi tali, che sono degni d’essere pianti come si piangono i morti nel nostro paese!… Poveri marinai d’acqua dolce che si perdono e affogano in un bicchier d’acqua!».

Ogni appuntamento era propizio per richiamare i suoi religiosi alla gioiosa ‘estetica’ della carità. Ad un suo religioso, che dopo aver partecipato ad una solenne liturgia in una chiesa romana, continuava ad esaltare i canti e le musiche, Camillo rispose: “A me più gusto avrebbe dato un’altra musica”. Quale? Chiese meravigliato il confratello. E Camillo: «A me piace quella musica che fanno i poveri infermi nell’ospedale, quando molti insieme chiamando, dicono: “Padre dammi a sciacquare la bocca, rifammi il letto, riscaldami i piedi”, e questa è la musica che dovrebbe principalmente piacere ai ministri degli infermi».

Ma il cuore di Camillo gonfio di ‘leggerezza’ si esprime soprattutto in modo esaltante in quelle che amiamo chiamare le beatitudini. È il momento esaltante di una gioia che scaturisce in modo sorgivo dal Vangelo, cioè dalle labbra e dal cuore di Cristo: «Ti benedico Padre …» (cf. Mt 11,25) o di Maria «L’anima mia magnifica il Signore …» (cf. Lc 1,46), o dei personaggi biblici che vedono avverarsi sotto i loro occhi il progetto meraviglioso di Dio. «Questo dovrebbe entusiasmare e incoraggiare ciascuno a dare tutto sé stesso, per crescere verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per lui o per lei da tutta l’eternità: ‘Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato’» (cf. Ger 1,5).

Questo stupore generato dal fervore della carità si distende nella lunga teoria di uomini e donne straordinari che noi chiamiamo santi: a loro «né la preghiera, né l’amore di Dio, né la lettura del Vangelo diminuirono la passione e l’efficacia della loro dedizione al prossimo, ma tutto il contrario».

Ne scaturisce la poesia della carità: «Beati voi, Padri e Fratelli, che avete fatto questa elezione di vita perché questa Religione precede le altre… Beati e felici i Ministri degli Infermi che sapranno conoscere il gran bene della loro vocazione! Beati voi, Fratelli, e ringraziate Dio che vi è toccata la pietanza grossa della carità agli infermi per il che siate sicuri di guadagnare il cielo. Beati e felici quei Ministri degli Infermi che gusteranno di questo santo liquore celeste, le opere di carità negli ospedali. Beato e felice quel Ministro degli Infermi che consumerà la sua vita in questo santo servizio con le mani dentro la pasta della carità!». Cose da nulla. Ma cose che lui si portava dentro, lui, un pover’uomo che, da santo, aveva goduto di tutta quella felicità, di quella saggezza, di quella poesia, di quelle beatitudini, così piene di eternità, così ‘sapide di cielo e di terra’!

Carisma e gioia

La presenza, il lavoro, il servizio, la cura, la preghiera in ospedale erano il suo ‘toccasana’ umano, emotivo e spirituale: il suo paradiso terrestre, il suo giardino fiorito e profumato. Mentre si prendeva cura di un malato al quale nessuno osava accostarsi senza fastidio, Camillo ripeteva: “Questo è il mio Signore al quale io servo con ardore e allegria”. A volte il fervore lo portava a “saltare e ballare per l’ospedale”; e rapito in estasi “nel cibare gli infermi non gli riusciva di trovare la loro bocca”.

La vista quotidiana dell’ospedale tonificava i suoi sentimenti ed il suo umore e contribuiva a farlo stare visibilmente meglio: “Appena metto piede nell’ospedale guarisco da ogni male”. Sì, perché era il luogo prediletto per esercitare quella carità di cui non si stancava mai di parlare ai suoi religiosi: “Da me non ascolterete altro che carità… Sì che, fratelli miei, non vi meravigliate se io vi replico tante volte che siate pietosi e misericordiosi, perché io son fatto come alcuni preti di villa, che (secondo volgarmente si dice) non sanno leggere in altri libri che nei loro messali”. Racconta un testimone: “E non soltanto diventava allegro lui, ma tutto l’ospedale”.

Nemmeno l’approssimarsi della morte riuscì a incutere timore a Camillo. “Bene e allegramente, soprattutto per aver avuto la buona nuova di presto camminare e far viaggio per il paradiso”, rispose in modo tonico san Camillo ad un religioso che si stava premurando della sua salute.

 

‘Fare il bene’ o ‘amare’? La differenza, il ‘di più’ sta nella gioia

«Chi desidera fare il bene, bussa alla porta; chi ama trova la porta aperta» (Tagore Rabindranath).

Il bene che si vuole fare all’altro – specialmente quando la sua indigenza e fragilità sono già ben decifrate dalla sensibilità sociale e civile – è sempre il risultato di un’idea del bene. Il benefattore, soprattutto se ben formato, sa già di che cosa ha bisogno il povero malato: di sostegno, di esortazione, di lode, …

Ma l’amore è diverso: si mette là dove è l’altro. «Se uno ti costringerà a fare un miglio con lui, tu fanne due con lui», invita Gesù nel discorso della Montagna (cf. Mt 5,41).«La testimonianza dei santi ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante» per saper decifrare prima e rispondere poi all’immensa difficoltà che ogni persona nel bisogno prova quando deve chiedere aiuto. Come lo sapeva bene e come era entrato nell’anima di Camillo, lo Spirito del Vangelo, quando rivolgendosi ai malati faceva di tutto nell’esortarli non solo a chiedergli qualche servizio, ma a comandarglielo.

Purtroppo anche fra di noi consacrati, può succedere che pur richiamandoci a Cristo, pur volendo il bene dei nostri fratelli in nome di Cristo, ci riduciamo a mettere in atto atteggiamenti freddi e scelte impositive, espressione di freddi schemi uniformi, che del calore e dell’umanità di Cristo non sono che un pallido e a volte contraddittorio riflesso se non, addirittura, una manifestazione di saccente prepotenza. Il comandamento dell’amore non dice semplicemente di amare, prescrive pure di farlo con stile, ossia con pienezza di ‘gioia’, di ‘parresia’, di «felice sicurezza che ci porta a gloriarci del Vangelo che annunciamo, è fiducia irremovibile nella fedeltà del Testimone fedele, che ci dà la certezza che nulla ‘potrà mai separarci dall’amore di Dio’ (Rm 8,39)».

La gioia conferisce all’esercizio delle opere di misericordia tutto il cuore e nel contempo tutta la mente: solo a questa condizione, come il buon samaritano, sapremo fermarci ed amare perché vediamo e sapremo vedere perché amiamo, senza pregiudizi: «all’amore di carità seguirà necessariamente la gioia»!

Il Signore Gesù, sorgente autentica della gioia e della misericordia, alimenti la nostra passione per servire gli ammalati come espressione ‘dell’Amore più grande’, ispirati dalla gioiosa forma del servizio testimoniata da san Camillo!

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