Sempre più la comunità cristiana dovrà fare i conti con l’ambiente in cui vive. E’ “dentro il mondo” e “nel mondo” che siamo chiamati a vivere la nostra fede: i tempi sono difficili, ci sono molte tentazioni che scoraggiano, ma non dobbiamo cedere… Basta ascoltare il linguaggio dei giovani, percepire il loro mondo, oppure fermarsi nei luoghi dove ci si incontra, nel momento della spesa, sul lavoro o in altri ambienti per renderci conto di cosa viene fuori dal cuore, dal di dentro, dalla mente umana. Manifestare la fede non significa parlare di Dio sempre …è lo stile di vita, il pensiero, i comportamenti di ciascuno che veicolano la fede.

Vivere di fede è una scelta sì religiosa ma è anche e soprattutto un fatto culturale che incide sulle trasformazioni dei comportamenti e della coscienza individuale e collettiva… Siamo abituati a sentir parlare di materialismo, di consumismo, di secolarizzazione e oggi anche di globalizzazione. Parole che entrano nel linguaggio e formano e danno luogo a nuovi atteggiamenti. . Entriamo in ambienti nuovi, il terreno è più vasto e gli orizzonti sono aperti ad enormi possibilità: forse eravamo abituati a guardare in una sola direzione. Si pensava che il mondo fosse il nostro piccolo borgo dove ci sentivamo i migliori e dove nulla poteva metterci in discussione. Oggi le cose non stanno più così. I nuovi mezzi di comunicazione ci fanno scoprire scenari molteplici dove il bene come il male sono diffusi e convivono l’uno vicino all’altro..dove povertà e ricchezza si incontrano, verità e menzogna si sfidano. Quando l’uomo comincia a muoversi, a spostarsi in cerca di lavoro, per turismo o per sfuggire alla fame o alla guerra, le occassioni di confronto e scontro fra culture aumentano e si avvia un processo di comprensione del perimetro dell’altro: chi è? Cosa mi chiede? Che cosa mi porta via? Quale spazio mi ruba?

Le grandi migrazioni del nostro tempo sono per un lato un grande fenomeno di massa e di cultura ed i risvolti culturali-sociali e religiosi che accompagnano tali movimenti sono sempre più evidenti. Paure e minacce, difese e reazioni sono segnali che qualcosa non va in cultura millenarie, come quella europea e occidentale.

Se la storia della salvezza scritta e raccontata nella Bibbia come storia di un popolo ha ancora significato, vi si possono trovare molte similitudini con l’oggi. Momenti di schiavitù e di liberazione. Storia di peccato e di misericordia. Dio è rimasto fedele all’umanità e alla sua storia. A noi ricercare nella comunità cristiana e nell’umanità questa fedeltà, riscoprendo la fede in Dio e nell’uomo. Per vivere nel mondo come luce, come sale e fermento.

E’ chiara la necessità di un cambio di mentalità: siamo fin troppo legati alle idee del produrre e consumare. La semplicità di cuore ci insegna che la vita si gioca ad un livello più profondo. Soprattutto sono decisive le scelte legate all’oggi: se viviamo bene il presente c’è spazio anche per il futuro. Forse si pensa troppo al futuro. Salute e denaro per “un domani”. Tutto ciò ci dice quanto dipendiamo dall’esterno e dalle cose. Sarà la decadenza della civiltà e della cultura occidentale, sarà la logica dell’avere e del possedere, di fatto la vita si fa povera.

Si fa sentire forte in un contesto di forti cambiamenti culturali la necessità e la familiarità dello stare in atteggiamento di preghiera per guardare in profondità e non essere sorpresi dalla notte e dalle distrazioni, per vedere oltre l’orizzonte la luce del progetto di Dio, rivelato in Cristo, che vuole la salvezza dell’uomo. Pregare per discernere e non per schivare le responsabilità o peggio ancora per lasciare tutto nelle mani di Dio o al caso. La storia la facciamo tutti noi, anche “chi sceglie di non scegliere”.

Alcuni pensieri di K.Golser, Vescovo di Bolzano-Bressanone, in occasione della 43a Giornata Mondiale della Pace, fanno riflettere sulla capacità dell’uomo di oggi di mettersi in gioco per recuperare la dimensione del confronto, della relazione con Dio, con l’altro con il creato che è dono:

L’impegno per la salvaguardia del creato non rappresenta un qualsivoglia campo di azione accanto a molti altri, ma deve costituire una dimensione essenziale della vita della Chiesa, anche per una pacifica convivenza dell’umanità, come ricordava Papa Benedetto XVI. Occorre una conversione ecologica che parte dal cuore stesso dei soggetti morali. Un cambiamento profondo di consapevolezza, un atteggiamento fondamentale non solo verso la natura in quanto mondo esterno, ma in ultima analisi verso noi stessi. Ne derivano le virtù dell’approccio rispettoso, della capacità di ammirazione, della lode e del ringraziamento…Coltivare la pace, custodire il creato, con attenzione a considerare la pace non come uno status, ma un impegno che passa anche da stili di vita sobri e coerenti… Come una disciplina fatta di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri ai quali il creato e i beni appartengono tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne” . (G. Kessler)

Rita C., Missionaria degli Infermi, assistente sanitaria