Ho avvicinato un uomo che da anni è alcolista; in un primo momento ho provato, come dire, orrore: mi è parso un povero rudere di uomo, incapace di volere, di uscire fuori da un sentiero cupo in cui la sua mente resta annebbiata.

Basta! Mi sono detto. E poi a che serve la mia presenza? Come posso aiutarlo? Come posso dargli una mano per guarirlo, visto che questa è una delle più terribili malattie, a mio parere? Basta!

Eppure giorni fa mi è apparso lucido, chiaro, sereno: uomo. Che cosa ne può pensare Dio? Dio può ancora sperare in lui? Può ancora porre in me una speranza sufficiente da donargli quando lo accosto?.

Eppure Dio spera nell’uomo, che è suo figlio. Suo figlio ubriacone, forse. Tra la nostra miseria umana e la santità divina, c’è il Figlio, Cristo, la Speranza. E se Lui si è fatto Uomo, uomo per noi, come noi, ma Uomo per eccellenza, Egli certamente capisce la fragilità nostra: anche la mia, perché anche se io non sono schiavo dell’alcool, non sono un santo. Anch’io, anche noi, abbiamo bisogno di questa Speranza. Ed è appunto la Speranza che devo offrire a questo fratello e se riesco a sentirlo “fratello” la speranza non mi mancherà.

(Tratto da Brevi articoli di Germana Sommaruga sulla Speranza rivolti a chi assiste i sofferenti – Biblioteca dell'”Associazione Amici Insieme con Germana”).